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Denuncia di un caso di trasferimento e di permesso per necessità negati.

  di Stefania Giordano

inserito il 2006-06-12


Chi si porge alla vostra cortese attenzione è la convivente del detenuto Gelsomino Giovanni, nato a Caltanissetta il 31/03/67, attualmente ristretto presso la Casa Circondariale di Sulmona, condannato alla pena dell’ergastolo e recluso da oltre 11 anni.
Sono venuta a conoscenza della vostra associazione e perciò anch’io vorrei fare arrivare la mia voce, parlandovi di un fatto accaduto personalmente al mio convivente e che deve far molto riflettere sulle condizioni in cui ancora oggi vivono i detenuti italiani, nonostante viviamo in una società considerata evoluta dal punto di vista culturale e istituzionale.
Durante il corso dell’anno 2005, il mio compagno ha più volte fatto richiesta al D.A.P. (anche tramite il proprio legale) di un trasferimento temporaneo dal carcere di Sulmona a quello di Caltanissetta, dove per trasferimento temporaneo si intende il limite temporale in senso stretto, affinché avesse la possibilità di vedere il proprio padre. In merito c’è da dire che il padre del detenuto in questione è gravemente ammalato, poiché è un soggetto diabetico con arteriopatia obliterante, tanto da aver subito nell’anno 2004 un’amputazione dell’arto inferiore di un arto che ha pregiudicato le normali possibilità di vita.
Purtroppo tale richiesta è sempre stata rigettata con motivazione molto dubbia, dal momento che il D.A.P. ha richiamato quelle esigenze di sicurezza, che francamente dovrebbero essere scongiurate dal momento che si trattava di passare da un carcere all’altro per un tempo limitatissimo.

Agli inizi del 2006, le precarie condizioni del padre del mio convivente si aggravano ulteriormente, tanto che dopo una lunga degenza in ospedale, i medici sono costretti ad amputare pure l’altro arto inferiore.
Dato l’aggravarsi della situazione e in conseguenza del fatto che avendo entrambi gli arti inferiori amputati non si può sperare in una normale deambulazione di questo soggetto, il mio compagno decide di presentare un’istanza per un permesso di necessità ai sensi dell’art. 30 dell’ordinamento penitenziario. Il permesso di necessità consiste in un permesso che la legge accorda, sotto scorta, quando ci siano gravi pericoli di vita per un familiare del detenuto o comunque quando si verificano degli eventi gravi nella famiglia del recluso, dove per grave deve intendersi un fatto o positivo o negativo. Tale permesso prescinde dalla condotta carceraria del detenuto, nonché dal tempo materiale trascorso in carcere, infatti esso proprio per la sua particolarità dovrebbe dare impulso a quell’umanizzazione della pena, che di fatto rimane solo un’utopia.
Dopo il danno avviene la beffa, infatti il M.di S. di Sulmona, interpellato del caso rigetta l’istanza motivando che il soggetto in questione non corre imminente pericolo di vita.
Lo stupore di questo rigetto ha fatto seguito all’amarezza, infatti non si riesce a capire come i magistrati possano materialmente quantificare la vita che resta da vivere ad una determinata persona. Ringraziando Dio, solo il Padre Eterno possiede questa capacità.

C’è da dire che questi tipi di permessi vengono concessi spesso dopo l’avvenuta morte del familiare, come dire il detenuto anziché avere la possibilità di dare un abbraccio al proprio caro si deve accontentare di pregarlo dietro una lapide!
Allora viene da dire che pure dopo l’avvenuta morte del familiare il magistrato dovrebbe rigettare il permesso di necessità, infatti non ci sarebbe più l’imminente pericolo di vita!
Tutto questo è assurdo ed è in netta contrapposizione con quanto è scritto nella nostra Costituzione. È una vergogna, bisogna smuovere le coscienze e far sì che il carcere non sia usato solo come un contenitore di delinquenti dove la parola d’ordine è repressione, se si continua così non si farà mai giustizia ma solo giustizialismo che è cosa ben diversa dalla giustizia.
Purtroppo il carcere di Sulmona è diventato tristemente noto per i troppi suicidi avvenuti, mi viene da pensare che un detenuto privato della libertà, della famiglia e della dignità trova un’unica strada percorribile, non riesco però a capire quelle persone che permettono che ancora oggi, in un’Italia che si definisce europea, accadono tali fatti.
Spero vivamente che pubblicherete questa mia lettera e che tramite la presente sono riuscita a dare voce al mio compagno e a tante altre persone che hanno dovuto subire dei dinieghi assurdi in nome di una presunta giustizia che in realtà in molti casi ha tutto il sapore di vendetta.
Distinti saluti

Stefania Giordano
Caltanissetta – 07/06/06
        


 
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