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Al Presidente della Camera dei Deputati (manifesto per la riconciliazione)

  di Vincenzo Pipino

inserito il 2006-05-08


Il “CIRCUITO DEGLI IMMOTI”

Onorevoli deputati del Parlamento italiano, verso la fine del 1986 è stata varata la legge cosiddetta “Gozzini” la quale, veniva a rafforzare ed ampliare la legge Riforma dell’Ordinamento Penitenziario emanata nel 1975 e che è rimasta in gran parte, per il decennio seguente, inattuata.
Era, allora, grandissima la convergenza delle parti politiche  e sociali nel riconoscere l’alto valore di civiltà giuridica che la legge raffigurava, tanto da fregiarsi di quel “fiore all’occhiello”, tanto atteso da tutta l’Europa che la legge raffigurava. Era il momento in cui lo spirito della Costituzione, i valori umani e civili collimavano, straordinariamente, con la Legislazione.
All’indomani di quel “fiore all’occhiello”, si è venuto evolvendo, contro la stessa, un processo inizialmente di critica trasformatosi poi, via via, in un essenziale attacco demolitivo.
Come in ogni riforma, come ogni radicale innovazione giuridica anche la “Gozzini” ha dovuto fare i conti con settori di area conservatrice impegnati, instancabilmente, ad esprimere, contro di essa, dissenso e persino ostilità.
Alcune carenze e mancanze nel tessuto legislativo della riforma, nell’escludere importanti settori e strumenti operativi, si è venuta a creare una grave limitazione allo sviluppo compiuto dall’intervento risocializzante.
Sul lato pratico, una pessima predisposizione strutturale e strumentale ha causato un incanalamento applicativo deviato e deviante poco
consono allo spirito e ai fini della legge.

Non tardarono, quindi, a manifestarsi episodi, anche di una certa gravità, sintomatici della approssimatività, casualità e precarietà strutturale-attuativa, come l’introduzione dell’articolo 4 bis dell’O.P. aggiunto alla legge 354/75 solo ed esclusivamente come requisito per indurre il condannato alla collaborazione con la giustizia ed solo per un strumento di politica criminale, che, in sostanza, ha fatto a pezzi il “patto penitenziario” dell’operatività del precetto costituzionale che stava nel garantire l’affidamento al singolo sulla fissità del dato normativo, l’adattamento a quelle disposizioni incidentali sulla pena in esecuzione che può, ora, avversi agganciando il divieto di usufruire dei benefici penitenziari della legge  al momento in cui il “patto penitenziario” veniva proposto al condannato; cosicché da questa infausta innovazione, il momento coincidente con l’inizio dell’espiazione della pena, sono sorte in capo al detenuto, legittime aspettative in ordine al rispetto  di tale patto che, se disattese, come sono ora disattese, si sono trasformate come cause di contraccolpi negativi sul processo rieducativo avviato dal detenuto. L’abrogazione e/o una revisione dell’articolo 4 bis dell’O.P.  dovrebbe, ora come non mai, dopo i tempi dell’allarmismo, essere imposto da una nuova legislazione perché non sia più incidente nella pena in esecuzione.

Questa rivoluzione copernicana viene oggi ancor più marcatamente stravolta dall’introduzione della legge “ex Cirielli” laddove basterebbe soffermarsi con sufficiente spirito analitico ad esaminare la nuova disciplina dell’O.P. che, in definitiva, non importa attraverso quale sacrificio costituzionale, “esce” dalla vecchia novella del tutto stravolta nella sua struttura e “ratio” originaria, e nelle sue conseguenze pratiche e custodialistiche  e più in particolare ove si considerano le norme che prevedono poteri illimitati da parte dei magistrati di sorveglianza oramai orientati nell’oblio della loro deontologica funzione.
È evidente che queste storture, sono sorte da una sistematica forma di giustizialismo della campagna “mass-mediale” del Governo uscente, e ciò senza voler anticipare frettolose conclusioni, poiché sono evidenti a tutti; le carceri stanno scoppiando, il sovraffollamento ha oltrepassato i limiti dell’accettabilità umana; si sono “ristretti”  in maniera opinabile gli orizzonti delle pene alternative; i decessi nelle galere sono giunte alla soglia di una al giorno; le prepotenze, le invadenze e gli abusi nei confronti della popolazione detenuta che vengono vergognosamente perpetrate  nel loro quotidiano e ignorate spudoratamente dalle istituzioni non hanno fine. Crediamo sia giunta l’ora che i legislatori pongono la parola fine, a tutto ciò che i loro predecessori hanno fatto stravolgendo lo spirito della riforma penitenziaria nell’intento di accrescere le garanzie riservate alla collettività e, nel contempo, responsabili dell’atavico errore di politicizzare la morale a ragion di Stato, concedendo a quest’ultimo i mezzi violenti della politica con i suoi corollari di vero e proprio bellicismo penal-giustizialistico;  frutto di un parossismo allarmistico perenne che ha dato i frutti alle più disparate ricerche “riparatorie” dello sfornare leggi a iosa, approssimative, al punto che, anziché moralizzare la ragion di Stato, il fondarla sulla giustizia degli uomini, che se coatti ingiustamente contrasta anche con la coattività legale in tutti i modi che oggi la tecnica ha messo anche  nelle Vostre mani; e allora migliaia di detenuti e di oppressi stentano a credere persino che esista uno Stato di diritto e non possono reagire, a ragione o a torto.

Ma quello che chiediamo a questo Governo, soprattutto, che abbia il coraggio civile e morale di eliminare il caotico, sovrabbondante, confuso, avvilente e nevrotizzante  complesso delle leggi inique, che prodotte dalla mente umana destinate a servire l’uomo sono finite per asservirlo, stranamente sono divenute un idolo, un tabù che l’uomo per rispettarle, viene costretto a prostituirsi.
Al limite dell’umano i detenuti subiscono umiliazioni, accettando squallidi compromessi, subendo miseri ricatti per non cadere nella trappola della ribellione; stanno vivendo giorno per giorno l’impietosa angoscia e l’instabilità per l’ottenimento di qualsiasi beneficio; stanno abbandonando la speranza di uscire integri dalla detenzione; terribili sono state le promesse per il ripristino della legalità nelle carceri e di qualche concessione d’indulgenza, vedendo, viceversa, crollare ogni speranza di sopravvivenza della legge penitenziaria di fronte alle sistematiche inopinate quanto mai ingiustificate “chiusure”. 
La “vecchia” politica penitenziaria, ha ritenuto di sezionare la massa dei detenuti: una parte “recuperabile” ove sembra esserci  una parvenza di trattamento quasi “umanizzante” e forse, inglobato ancora verso la legge “Gozzini” sarebbero quelli del “circuito normale”. Un’altra parte “irrecuperabile”, in base al tipo di reato ed esclusivamente per quello, viene criminalizzata, differenziata, esclusa ed isolata in una sorta di “Bronx psicologico”. Costoro, e non sono pochi, al di fuori dalla loro volontà, dei loro intenti, del loro agire e del loro essere vengono denudati da ogni conquista fatta sotto il profilo emendativo  e di ogni possibilità di riconciliazione con la famiglia e con la stessa società: sono i detenuti del circuito speciale non più quelli famosi di Pianosa, Asinara, ma in ogni carcere vige le sezioni A.S. del famigerato 41 bis e di E.I.V., non importa se senza titolo, oppure da secoli di detenzione, entrare in questi “circuiti” basta essere antipatico a chicchessia, e perdi immediatamente la dignità. Non esiste una vera legiferazione, tutto è demandato al caso, nessuno vigila in questi delicati settori, laddove è negato di scambiare la propria libertà con quella altrui. La libertà ha un valore assoluto; il rifiuto di mercificare i valori, il significato e la sostanza di un processo di maturazione e un viaggio di ritorno in seno alla società civile costellato da sacrifici e grandi impegni non solo da parete del detenuto; la negazione di spogliarsi della dignità umana, ultima frontiera a demarcare i confini di quei valori atti a giustificare l’esistenza di un essere umano in quanto tale; tutto questo per non parlare del caso, molto diffuso, i cui i detenuti non hanno niente da raccontare, che hanno storie compiute, reati smantellati  e sono da molti anni in carcere o dei casi, obiettivamente e ragionevolmente esistenti, in cui si sono verificati anche dei grossolani errori giudiziari.

Ed è proprio con lo spirito di un nuovo Ordinamento Penitenziario, che i detenuti, a prescindere da tutti i meccanismi procedurali e alla realtà applicativa, senza esclusione alcune, nei loro intimi, attraverso gli anni detentivi, attraverso le loro sofferenze, attraverso una revisione critica del loro passato, possono misurare i propri valori umani, civili e sociali e tornare nell’ambito del sociale con intenti diversi da quelli della devianza.
In effetti, sarebbe costituzionalmente errato identificare l’uomo del delitto con quello della pena, in quanto l’uomo della pena, magari dopo venti anni di carcere, potrebbe anche essere migliorato. Non esistono detenuti che possono porre questione di sicurezza, tutti sono suscettibili di recupero sociale mediante un trattamento penitenziario personalizzato e da altri riferimenti idonei al proprio reinserimento.
Vi chiediamo una riconciliazione! La riconciliazione con le istituzioni, con se stessi, con le famiglie, con la società. E’ il fine supremo! La personificazione dello spirito dell’articolo 27 della Costituzione.
Molto probabilmente questa metamorfosi, questo radicale mutamento, è sfuggito al Governo precedente e alle sue istituzioni, o comunque non è stato, da questo, giustamente valorizzato, se non addirittura peggiorato. Non commettete lo stesso errore, anche noi facciamo parte, come cittadini, di questa  società! 

In favore di tutti i cittadini detenuti nelle nostre patrie galere.

Venezia, 7 maggio 2006

Vincenzo Pipino

S. Eufemia - 689/a Giudecca - 30133 Venezia

e-mail : vincenzo_pipino@fastwebnet.it                          

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