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Anime perse - Calendario 2010 degli ergastolani di Spoleto



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Eterno e impossibile - uno scritto di Pietro Ingrao

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La lettera

Non credo minimamente alla costituzionalità della pena dell’ergastolo. Checchè ne abbiano detto la Cassazione e la Corte Costituzionale, non riesco a comprendere come la reclusione in un carcere per tutta la vita possa avere quella funzione rieducativi e quel senso di umanità, che l’art. 27, 3° comma della Costituzione chiede per le pene: per tutte le pene. Rieducare – questo compito così complesso – può significare solo ricondurre in una comunità condivisa (e quindi in una regola) chi ha rotto con la regola. Ma quale recupero per la società c’è, quando si è condannati a stare dentro quattro mura per tutta l’esistenza?
Il recupero è negato dal fatto. Il fatto è scritto nella pena: l’eventuale “grazia” o “liberazione condizionale” non cancella il carattere atrocemente “afflittivo–intimidativo”, che reca in sé quella pena. Perciò l’ergastolo è, in modo flagrante, fuori dalla nozione di pena scritta dentro la Costituzione.
Ma non si tratta solo di ripristinare una legalità costituzionale per tanti anni negata.

Paradossalmente, io sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco ad immaginarlo. Infliggere una pena (quando non è pura vendetta) significa stabilire (o tentare) una comparazione: fra l’atto – il delitto – compiuto da colui che è condannato e l’atto che compie colui che condanna (in fondo la legge, la norma pretende di essere questa comparazione: questo vogliono essere i codici). È in base a questa comparazione che si può ritenere (o credere) “giusta”, o “legittima”, o utile la condanna, persino quando essa voglia essere puramente “afflittiva”.
Questa comparazione non riesco a farla, perché non riesco a immaginare l’ergastolo. Si può immaginare la pena di morte, perché si può “pensare” l’assenza di vita.
Trovo molto più difficile immaginare una vita umana che c’è, ma che si svolge fino al suo termine dentro un luogo in cui si instaura una doppia condizione: la segregazione fisica dal fluire della società, e una regolazione abnorme – per tutta la propria esistenza – di momenti essenziali del proprio vivere. Non so che suono possa assumere per tutta una vita l’eco delle esistenze che si svolgono e che si intrecciano di là dalle mura del carcere: cioè una vita totalmente separata, che solo per frammenti avverte (e ricorda?) il rombo di un fiume che non potrà più vedere.
Queste mie sono rappresentazioni sommarie, persino opache. Ma proprio questa opacità insuperabile, questa impossibilità di rappresentarsi una simile condizione per tutta l’esistenza, mi sembra ridicolo e anche mostruoso, addirittura metterla in codice: cioè darle la veste solenne di “legge”.
E soprattutto sono contro l’ergastolo perché esso suppone una immutabilità. Ammettiamo che il condannato abbia commesso un delitto atroce o una catena di delitti: l’ergastolo lo inchioda a quei delitti infami della sua vita: gli dice: ormai sei questo che hai commesso, e perciò ti nego la possibilità di rientrare nella comunità per tutto il resto della tua esistenza. Gli stampa un marchio.
Forse sbaglio: ma questa è una confessione di impotenza; una rinuncia a ogni possibilità di dialogo.

Quando la pena era mozzare un orecchio o un braccio, si ammetteva che – sia pure mutilato – il colpevole potesse ritrovare un terreno di convivenza con la comunità e con la legge imperante. L’ergastolo confessa invece l’incapacità di persuadere, di spostare: sia pure attraverso lo strumento della forza. Se soltanto si suppone che ci sia un grammo di probabilità di recupero, perché dire invece: sta dentro un carcere per tutta la vita?
Un carcere non è solo una separazione, un isolamento: è una modificazione violenta di esperienze e di relazioni essenziali nella vita umana: la sessualità, l’affettività, la comunità familiare, il lavoro come espressività di se stessi (almeno come potenzialità, come speranza), il rapporto con l’ambiente naturale. Tutti questi momenti noi li consideriamo costitutivi della nostra esistenza. Ciascuno di noi è una figura umana o l’altra, a seconda di come pesano e si sviluppano dentro la sua vita e si incontrano questi momenti. Non possiamo nasconderci che il carcere “curva” coattivamente, deforma questi momenti, o addirittura li sopprime, o li tronca per tempi anche lunghi.
Si può sostenere che siamo costretti a questa risposta violenta: ma dobbiamo sapere l’aspra curvatura che il carcere esercita sull’esperienza umana. Dire: questo è per tutta la vita, significa proporre per sempre una torsione terribile dell’esistenza.
È utile? Personalmente, non riesco a trovare altra motivazione del carcere che non sia la sua “utilità”, per quanto questa parola possa apparire disadatta. “Utile” per evitare altra violenza: “utile” per provare (almeno provare) a spingere fuori dal cerchio della violenza chi vi è entrato. Ma dire: sarai in carcere per tutto il resto della tua vita significa dire: per noi, per la “legge”, ormai sei entrato irreparabilmente in un cerchio di violenza.
Ma allora non è logico che l’ergastolano, così fissato nel cerchio della violenza, dica a se stesso: solo questo cerchio è ormai la mia vita possibile? E se è così, dove sta l’utilità di quella pena? A chi giova, allora? E perché? E che diventa allora quella pena se non inutile vendetta?

Noi dobbiamo sapere che tanti ancora vedono il carcere come puro fatto materiale. Lo riducono – come dire? – alla “cosa”, al recinto “carcere”. È estremamente difficile – e in realtà lo comprendono solo quelli che entrano in contatto di dialogo coi carcerati – percepire che cosa è il carcere come modo diverso (terribilmente “curvato”) di vita.
Da fuori vediamo quelle quattro mura: e pensiamo che quelli che stanno dentro sono soltanto separati. Non affermiamo che tutta la loro resistenza è stravolta, diventa altra da quella di coloro che stanno fuori: sono il loro corpo e la loro anima che sono costretti a compiere una mutazione su aspetti essenziali.
Forse nell’opinione pubblica sta avvenendo ora un primo spostamento: nel senso della percezione del carcere, come una “sventura”, sia pure sventura legittimata da una colpa, da una trasgressione. E questa percezione già sta determinando atteggiamenti nuovi.
Ma fin quando non sarà chiaro quale sia realmente (e anche in modo differenziato, da singolo a singolo) questa “sventura”, e come questa sia qualcosa che va oltre la stessa costrizione fisica, tutto il discorso sulla pena e quindi anche sull’intollerabilità dell’ergastolo faticherà a camminare realmente. Perché solo vedendo la carcerazione come mutamento psichico, come umanità “stravolta”, distorta negli aspetti più intimi e costitutivi dello stesso essere “umanità” – solo allora potrà cominciare veramente un altro discorso su questo “enigma” che è la pena, la sua motivazione, il suo senso, i suoi obiettivi, la sua legittimità.

Di

Pietro Ingrao

(da Ora d’Aria – anno III n° 2 – 1989)


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