Rimase sdraiato a lungo quasi tramortito. La gola gli bruciava e gli pareva di non avere più la lingua. Vedeva le pareti e il pavimento della cella muoversi. Gemette. Il cuore gli batteva piano e gli girava la testa. Deglutì un po’ d’aria. L’aria incominciò a scorrergli per la gola. Faceva fatica a respirare. Si raddrizzò con fatica. Appoggiò le mani al muro. Si mosse con grande cautela. Scivolò. Si sollevò. Fece un passo barcollando, appoggiandosi alle pareti della cella. Cadde di nuovo. Si rialzò. Gli girava la testa. Riprese fiato. Raggiunse la branda e si sdraiò per riposarsi un poco prima di riprovarci. Era zuppo di tristezza e malinconia. Non era riuscito neppure a togliersi la vita. Per fortuna nessuno aveva sentito nulla. Tutto era tranquillo. Ci avrebbe subito riprovato di nuovo. Questa volta non avrebbe fallito. Avrebbe fatto le cose per bene. Nulla sarebbe andato storto. Gli venne da sorridere nell’immaginare come sarebbero rimaste a bocca aperta le guardie quando l’avrebbero trovato appeso. Alcune si sarebbero pure arrabbiate. Passò una mezz’oretta. Si era riposato abbastanza. Mario moriva dall’attesa e dall’impazienza di morire. Era l’ora di riprovarci di nuovo. Gli venne l’ansia di morire e di fare presto. Agì come in un sogno. Si alzò dalla branda. L’Assassino dei Sogni era immerso nel più profondo silenzio. Strappò in strati sottili le lenzuola. Ne uscì una bella corda. La bagnò per farla più resistente. Fece il nodo scorsoio. Lo legò nelle sbarre arrugginite più alte della finestra. Per un attimo ebbe paura e provò la voglia di lasciar perdere. L’incertezza durò poco, giusto qualche istante. Poi pensò che forse quella non fosse la fine della sua vita, ma l’inizio di un’altra. Si rimise il cappio nel collo. Respirò profondamente. Si gustò l’ultimo respiro. Gettò l’ultimo sguardo alla vita. Il vento e la pioggia non erano ancora cessati. Mario non provava nessuna paura. Anche se era ancora vivo e il suo corpo respirava, era come se fosse già morto. Solo il suo amore era ancora vivo e prima di morire lo fece uscire dalle sbarre della sua cella. Poi senza pensarci tanto diede un calcione allo sgabello, senza preoccuparsi di fare troppo rumore. Sentiva che quella era la volta buona. Aveva ragione. Questa volta andò tutto bene. Il corpo di Mario iniziò a sussultare gli ultimi spasimi. All’inizio piano, poi sempre più forte. Il cuore rallentò i suoi battiti. La morte stava arrivando dolce e inarrestabile. La sentiva vicino. La vita se ne stava andando e al posto suo stava arrivando la morte. Provò una sensazione strana e mai conosciuta. Era ovvio! Era la prima volta che moriva. Probabilmente l’ultima. Si sentiva leggero come l’aria. Non pensava che fosse così bello morire. Si sentiva l’animo felice. Incominciava a non sentire più il peso della sofferenza della sua pena. Si accorse che la morte non faceva male come dicevano. Forse neppure bene, ma di sicuro ti faceva stare sereno. Mario fece in tempo a pensare: - Addio Vita! E morì. All’alba Mario nella cella non c’era più. Era rimasto solo il suo corpo, la sua pena era finita.
Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto – maggio 2010
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