Invece di pensare gli venne sonno. Gli occhi gli si chiudevano. Stava già scivolando nel dormiveglia. Con grande forza d’animo spalancò gli occhi. Non poteva dormire. Non poteva rischiare di restare vivo. Aveva un appuntamento a cui non poteva mancare. Doveva andare via da questo mondo. Si alzò dalla branda. Prima di togliersi la vita decise di ammazzare il tempo scrivendo una breve lettera d’addio a suo figlio. Rimase alcuni minuti seduto sullo sgabello con la penna in mano a riflettere, poi iniziò a scrivere. - Caro figlio, Amo troppo la vita per continuare a vivere senza esistere. Sii felice.
Mentre scriveva sentì il suo cuore annegare in acque buie e nere. Non poteva sfuggire alla tristezza. Questa era troppo grande e profonda per riuscirci. Qualcosa gli cadde dal viso. Erano lacrime. Mario non le sentì arrivare. Le guardò cadere nel foglio. Aveva pianto poche volte nella sua vita. Non c’era abituato. Quella era una buona occasione per piangere. Non gliene rimanevano altre. Pianse senza singhiozzi. Erano tanti anni che voleva piangere in quel modo. Pensò che non fosse giusto lasciare viva una persona e condannarla per sempre chiusa in una cella. La sua pena era troppo grande, non ne avrebbe mai vista la fine. Pianse finché non finì tutte le sue lacrime. Dopo che le ultime lacrime scesero dagli occhi, decise di smettere. E continuò a scrivere. - Perdonami. Il mio sguardo sarà sempre appoggiato al tuo cuore. Quando avrai un figlio, sii un padre migliore di quello che sono stato io. Grazie di essere vissuto dentro il mio cuore.
Si fermò di nuovo. Molte cose passavano nell’animo di Mario, ma era difficile scriverle al figlio. Scosse la testa. Non sapeva più cosa scrivere. Forse le cose da scrivere erano così tante che non sapeva qual’ era più importante. Aggiunse solo - Ti amo. Tuo papà.
Poi sprofondò nei suoi pensieri. Rifletté qualche altro istante. Provò un senso di rimprovero verso se stesso. Per consolarsi si sussurrò. - Non posso vivere senza un filo di speranza. Non posso continuare a vivere senza la speranza di esistere. Lesse quello che aveva scritto e posò la penna nel tavolo. Era quasi l’ora. Mancava poco. A passi lenti incominciò a camminare di nuovo per la cella. Avanti e indietro. A testa bassa. Indietro e avanti. L’ultima ora la passò sdraiato nella branda al buio a pensare. Passò la conta di mezzanotte. Era l’ora di andare. Era pronto a morire. Mario salì sullo sgabello. Gettò l’ultimo sguardo aldilà del muro di cinta. All’improvviso, senza neppure pensarci, diede il calcio allo sgabello. Penzolò per qualche secondo. A un tratto la cintola dell’accappatoio si spezzò. Mario cadde violentemente a terra.
Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto – maggio 2010
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