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Forme Espressive»[Racconti]

La pena di morte viva - Terzo capitolo

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:: Inserito il 2010-06-03 alle 09:56:59
:: Di: Carmelo Musumeci [carcere di "Italia Centrale"] Clicca qui per vedere tutti i testi relativi a questo carcere

L’avvocato di Mario era un amico.
L’aveva difeso fin dal suo arresto.
Si chiamava Umberto.
Lo conosceva da tanti anni.
Avevano la stessa età.
Era calvo, rotondetto e di statura bassa.
Gli occhi invece erano belli, neri e intelligenti.
Quel pomeriggio Umberto era andato a trovare Mario.
- Che cazzo mi stai dicendo Umberto? Tutte le pene dovrebbero avere un inizio e una fine!
L’amico abbassò gli occhi.
- Non ti arrabbiare, non dipende da me, non lo sapevo neppure io. Se non collabori con la giustizia, se non metti qualcun altro al posto tuo non potrai mai uscire dal carcere.
Mario lo guardò perplesso.
- Non sarebbe giusto, sarebbe un’infamia accusare e fare arrestare delle persone che si sono rifatte una vita, non c’è solo il carcere per scontare la propria pena, c’è anche la propria coscienza.
Umberto sospirò.
La sua faccia era seria e triste.
- Non t’incazzare con me … non posso farci nulla.
Mario con lo sguardo indagatore cercò gli occhi dell’amico.
- È possibile che i cattivi siano più bravi dei buoni?
Umberto assentì con il capo.
- Io sono la parte cattiva, fuori sono la parte buona: perché vogliono che io baratto la mia libertà con quella di qualche d’uno altro?
Umberto non sapeva cosa rispondergli.
-I n questo modo gli ergastolani ostativi non sono nell’aldilà, né l’aldiquà … sono nel mezzo: nè vivi, né morti … sono solo ombre.
Umberto lo guardava con occhi pieni di comprensione.
- L’ergastolo ostativo, che ti priva di qualsiasi probabilità di libertà se non metti un altro al posto tuo, è da folli, e non tiene conto che con il passare degli anni non si punisce più quell’uomo che ha commesso il reato, ma un’altra persona che questo uomo è diventato dopo tanti anni di carcere.
Umberto voleva provare a dire qualcosa, ma non sapeva che cazzo dire e continuò ad ascoltare in silenzio il suo amico.
- In questo modo non esce chi se lo merita, ma solo chi è furbo e collabora con la giustizia.
A Umberto vennero gli occhi lucidi.
- Io non collaborerò mai … non metterò a repentaglio la vita di mio figlio per eventuali vendette … non accetterò mai ricatti da uno Stato infame … non tradirò mai quelli che una volta erano i miei amici, che hanno mangiato, bevuto e rischiato la vita con me.
Umberto annuiva sconsolato.
- Questa non è omertà, ma lealtà.
A un tratto la guardia li avvisò che il colloquio era finito.
Si alzarono in piedi.
Si abbracciarono.
Rimasero alcuni istanti in silenzio.
Mario guardò gli occhi di Umberto.
Lui lo guardò con occhi tristi.
Poi a mezza voce sussurrò.
- Forza! Non mollare. Prima o dopo troveremo un modo per farti uscire … le leggi possono cambiare.
Mario scosse la testa.
Gli spuntò l’ombra di un sorriso tra le labbra.
- Dai un’occhiata a Roberto … qualsiasi cosa mi dovesse accadere, stai attento a mio figlio.
Umberto lo osservò con angoscia.
Ci fu un breve silenzio.
- Ma che cazzo dici Mario? Che cosa ti può succedere? Vedrai tutto finirà bene.
Lui abbassò gli occhi.
Ormai era senza speranza.
- Non ci fare caso Umberto … oggi ci siamo … domani chissà!
Umberto fece un profondo sospiro.
- Non mi piaci che parli così … lo sai che voglio bene a tuo figlio come se fosse mio … per lui stai sempre tranquillo che ci penserò io.
Mario ritornò in cella affranto e a testa bassa.
Era deluso e triste.
Provava pure rabbia verso lo Stato.
Prima l’avevano condizionato con la promessa che un giorno avrebbe preso i benefici penitenziari. E adesso invece gli dicevano che se non avesse fatto la spia non sarebbe più uscito.
Ora che sapeva che non sarebbe mai più uscito, non aveva più motivo di vivere.
Sarebbe potuto solo sopravvivere.
Ma lui non voleva solo questo.
Ormai Mario sapeva.
Ora sapeva che era un cadavere senza essere ancora morto.
Insieme alla libertà gli avevano ucciso per sempre anche la speranza.
Avrebbe potuto solo tenersi in vita.
Tanto valeva che la facesse finita.
Quel giorno Mario aveva deciso di fuggire dalla vita.
In modo semplice, impiccandosi con la cintola dell’accappatoio.
Era tutto il giorno che ci pensava.
Poi tutta la sera.
Aveva deciso di farlo di notte.
Intanto pensava.
Decise di spegnere la luce.
La cella piombò nell’oscurità.
Preferiva pensare al buio.
Si era accovacciato in terra all’angolo della stanza.
Era bello guardare il buio perché poteva immaginare di vedere quello che voleva.
E se ami qualcuno, puoi pure sentire quello che non vedi.
Lui amava suo figlio.
Lo sentiva e lo vedeva nel cuore.
Immaginò il suo dolore alla notizia della sua morte.
Sentì in fondo al cuore le lacrime che suo figlio avrebbe versato.
Pensò che i primi tempi suo figlio avrebbe sofferto.
Poi sempre un po’ di meno.
E alla fine si sarebbe rassegnato.
Sì!
Sarebbe stato meglio per suo figlio non avere un padre vivo.
Un padre ergastolano.
Morire era la scelta giusta.
Una scelta intelligente.
La scelta migliore.
L’unica cosa che poteva fare.
Non sapeva cosa avrebbe incontrato nell’aldilà, ma di sicuro non avrebbe sofferto e non avrebbe vissuto una vita inutile.
Non aveva bisogno di fare le cose in fretta.
Poteva fare le cose con calma.
I suicidi veloci vengono male.
Ormai era un esperto, ne aveva visti tanti togliersi la vita in carcere.
Aveva deciso d’impiccarsi dopo mezzanotte.
Dopo che era passata la conta, così avrebbero ritrovato il suo cadavere solo al mattino.
Si sentì meglio.
Accese la luce e iniziò a pulire la cella, a levare la polvere in giro e a mettere in ordine.
Non voleva fare brutta figura.
Quando avrebbero portato via il cadavere, doveva essere tutto in ordine.
Non aveva mai fatto brutta figura da vivo, non la voleva fare da morto.
Non aveva tanta fame, ma si fece da mangiare lo stesso.
Una fettina di carne in padella e un’insalata di lattuga.
Rimise tutto a posto.
Poi guardò l’orologio.
Erano le nove di sera, mancavano ancora tre ore a mezzanotte.
Si sdraiò nella branda a pensare.

Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto – maggio 2010

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