Era tutto il giorno e tutta la sera che faceva avanti e indietro. Aspettava la notte. Era ancora presto, ma stava calando il buio. Indietro e avanti. Sguardo fisso nel vuoto. Un passo davanti all’altro. Diretto verso il muro di fronte. Ogni tanto si fermava davanti alla finestra. La apriva e guardava il cielo. C’era la nebbia e non si vedeva nulla. S’intravedeva solo il muro di cinta. Un vento gelido entrava dalle sbarre della finestra. Era il mese di febbraio. Fuori faceva freddo ma lui sentiva caldo. Era perduto fra la tristezza e la malinconia. Nel suo cuore non c’era più nessuna speranza. Era stanco di sperare e contare i giorni e le notti all’infinito. Invece di aspettare la morte si era deciso di andarle incontro. Mario aveva cinquant’anni e solo qualche ruga di espressione. Sembrava un giovanotto. Si era sempre mantenuto in forma. Non fumava, non beveva e mangiava poco. Camminava molto, sia nel cortile del carcere, sia nella sua cella. A volte per nottate intere. Aveva un corpo asciutto e snello. Un viso solare. Non sembrava che quel corpo si fosse fatto venti anni di carcere. L’avevano arrestato che ne aveva trenta. Ne aveva passate tante in vent’ anni di carcere. I primi anni erano stati terribili. Era stato sottoposto al regime di tortura del carcere duro all’Asinara. La moglie l’aveva abbandonato dopo cinque anni. Lei si era rifatta una vita. Suo figlio lo veniva a trovare di tanto in tanto. L’aveva lasciato che aveva cinque anni. Ora ne aveva venticinque. Era un bravo ragazzo. Si chiamava Roberto. Bello com’era la madre quando l’aveva conosciuta. Faceva il meccanico. Lavorava in officina dieci ore al giorno. Metteva i soldi da parte perché voleva presto sposarsi. Era fidanzato con una brava ragazza. Lei si chiamava Barbara. Gliel’aveva portata a conoscere al colloquio. Roberto abitava già per conto suo. Non voleva abitare con sua madre che stava con un uomo che non era suo padre. Mario per quel figlio aveva sempre abbassato la testa davanti all’Assassino dei Sogni. In tanti anni di carcere non aveva mai partecipato ad una sommossa. Non aveva mai protestato. Non aveva mai preso un rapporto disciplinare. Non era mai stato punito. Si era sempre piegato davanti alle guardie. Aveva cercato solo di “farsi la galera”. Spesso aveva stretto i denti per non reagire neppure con i propri compagni. Aveva sempre sopportato in silenzio pensando che un giorno sarebbe uscito dal carcere. Erano stati giorni e anni molto duri. Dalla tristezza e dalla sofferenza aveva imparato a trovare la sua forza. Un uomo che vive chiuso in una cella per venti anni è difficile che riesca a rimanere umano. Lui ci era riuscito con grande sacrificio, grazie all’amore di suo figlio. Da alcuni mesi aveva presentato per la prima volta la domanda di permesso. Aveva chiesto di passare qualche giorno in casa del figlio. Era fiducioso. Il direttore, il comandante e l’educatore gli avevano dato speranza. Lui si era sempre comportato bene. La Direzione del carcere aveva dato parere favorevole. Mario aveva un brutto reato alle spalle. Era stato condannato per omicidio e per associazione di stampo mafioso. Era passato tanto tempo. Erano passati venti anni. Non potevano dirgli di no. Invece proprio quel giorno gli avevano detto di no. Aveva ancora la risposta sopra il tavolo. Ogni tanto la prendeva e la leggeva. C’era scritto che aveva l’ergastolo ostativo. Prima di quel giorno non sapeva neppure che cazzo fosse l’ergastolo ostativo. In tutti questi anni non aveva mai saputo di averlo. Non lo sapeva neppure il suo avvocato. Gliel’aveva spiegato con parole semplici la guardia della matricola. - Se vuoi uscire devi vendere la libertà di qualcuno che conosci e con cui hai fatto dei reati, per avere la tua libertà.
Mario non capiva. Poi era arrivato il suo amico avvocato a dirgli: - La pena dell’ergastolo ostativo ti obbliga a trovare un altro da mettere in cella al tuo posto.
Mario continuava a non capire e l’avvocato con pazienza gli aveva detto: - La pena dell’ergastolo ostativo è una pena interminabile che finisce davvero solo quando muori.
Alla fine Mario quando rientrò nella sua cella aveva capito che era un uomo morto. Peggio che un uomo morto. Sarebbe stato per sempre un uomo ombra. Perché mentre la pena di morte gli toglieva la vita tutta insieme, l’ergastolo ostativo gliene toglieva un pezzo tutti i giorni, fino a mangiargli tutto il cuore. Per poi lasciargli solo l’ombra. Quel giorno Mario era caduto nell’angoscia più profonda. Nella sua vita non riusciva a scorgere più nessun barlume di speranza. La sua pena era troppo grande per vederne la fine. Non gli sarebbero bastati tutti i giorni, i mesi e gli anni della sua esistenza.
Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto – maggio 2010
Versione PDF
|