 Chi meglio di una madre, una sorella, una compagna, può comprendere in pieno la sofferenza di una pena che non finirà mai? Quante volte, una madre, pensando al figlio condannato all’ergastolo finisce per chiedersi “riuscirò a vederlo libero prima di morire?”. E quante compagne di ergastolani non finiscono per chiedersi se l’attesa, infinita, che corrode sia l’animo che il corpo, non sia poi una attesa senza senso? L’ergastolo non ruba la vita solo a chi vi è condannato ma anche a chi ama un ergastolano. Quanti figli sono stati condannati a conoscere il proprio genitore solo attraverso il vederlo dietro un vetro o un bancone che non divide solo i corpi ma separa anche il pensiero, l’affetto, l’amore verso un padre mancante? Avere una persona cara condannata all’ergastolo è come avere un lutto in famiglia. Solo che il dolore di un lutto prima o poi si attenua, mentre l’ergastolo è dolore perpetuo, una sofferenza che ogni giorno si rinnova e così ogni mese, ogni anno che passa. Un dolore che ha la durata stessa della vita dell’ergastolano che, è difficile ammetterlo, ma penso a volte si finisca per desiderare muoia davvero. Sarebbe, in fondo, una liberazione: un modo per liberarsi del dolore che è appeso a questa situazione una volta per tutte! Quanti, si sono sentiti dire da un figlio, da un marito, da un padre: “Non ti preoccupare! Non possono tenermi qui dentro per sempre!” aggiungendo “ho già scontato molti anni, ne verrò fuori presto”. Quanti, uscendo da un colloquio, si sono portati dietro quella speranza? Se ne sono andati con quelle affermazioni nel cuore per poi vedere che invece lui era sempre la, mentre il tempo passava e nulla cambiava. Quante volte un familiare si chiede: “ma io cosa potrei fare?”. E quante volte la sola risposta era sopportare, morsicandosi le mani per il senso di inutilità che dava e quel percepirsi incapaci di offrire aiuto alla persona reclusa. Quante volte si cede alla rassegnazione e si cela il proprio pianto mostrandosi coraggiosi e sorridenti davanti a lui, quando in realtà si ha la morte nel cuore?
Adesso è arrivato il momento di dire basta! E’ arrivato il momento di far sentire il proprio disappunto! C’è una modo per poter almeno dire: “ho fatto qualcosa!”. Potete combattere per la vita di chi vi sta a cuore e anche per riprendervi la vostra. Potete scendere in piazza senza vergogna a reclamare la speranza! E’ ora che siano le donne degli ergastolani a chiedere con forza: Voglio il mio uomo! Voglio mio padre! Voglio mio figlio! Voglio mio fratello! Non si può giungere ad una vittoria senza prima affrontare una battaglia. Non si può arrendersi ad una legge ingiusta che distrugge intere famiglie. Le famiglie degli ergastolani hanno il diritto di chiedere allo Stato una data per riabbracciare i propri cari. E’ un diritto di tutti conoscere la data di fine di un evento. Un ergastolano non deve giungere a morire in carcere senza sapere se un giorno potrebbe rivedere la libertà. Un ergastolano è già morto. Solo che non lo sa. Prima che lui stesso lo scopra bisogna tirarlo fuori! Un ergastolano, prima di essere un ergastolano è un essere umano. Facciamolo capire a chi ha deciso di condannare gli ergastolani ad interminabili agonie. Le donne possono fare molto. Se lo volessero davvero niente le potrebbe fermare. Credo che se si uniscono abbiano la capacità di cambiare le cose. Ogni uomo di questo mondo, pur sentendosi più forte delle donne, sa che nulla ferma una donna arrabbiata e ne ha persino paura. Arrabbiatevi signore! Protestate insieme a noi per la nostra vita! Nel comitato femminile tutte le vostre voci potranno fondersi un una che sarà così forte da non poter essere ignorata! Alfredo Sole – Ergastolani in lotta di Livorno Carcere di Livorno - settembre 2008
Attualmente trasferito al carcere di Opera (MI)
Versione PDF
|