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di Letizia Ciabattoni
inserito il 2007-07-13
Prefazione al racconto “La zanzara” di Letizia Ciabattoni
Letizia è una persona dolce e sensibile. Letizia è una donna innamorata che sogna l’amore e mentre lo sogna lo realizza andando a trovare nel lager di Parma l’amore. Letizia crede che sia più importante amare che essere amati. Per Letizia l’amore è l’energia dell’anima. Letizia crede che prima di ricevere amore bisogna dare amore. Letizia pensa che quando uno ama una persona ama il mondo intero. Letizia pensa che l’amore, quando è amore, è natura, anima, oceano, universo e non si può tenere chiuso a chiave in una cella. E così Letizia entra nel mondo dei morti vede l’amore e lo porta con sé nel mondo dei vivi. In bocca al lupo Letizia e ricordati che Vinicius de Moraes su l’amore scriveva: “Che non sia immortale dato che è fiamma, ma che sia eterno mentre dura”. Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto - 2007
LA ZANZARA
A Giovanni
Parto. Ho deciso. Parto. Mi infilo sul primo treno con destinazione Parma e parto. Vada come vada, costi quel che costi ho deciso. Parto.
Così iniziò un viaggio verso una nuova realtà sconosciuta ed altrettanto affascinante. Un viaggio che lei aveva rimandato da molto, troppo tempo ormai e che le ronzava nell’orecchio, notte dopo notte, come una di quelle zanzare affamate durante una calda sera d’estate, dove anche il lenzuolo sa di sudore ed i capelli ti si appiccicano al collo quasi a volerti stringere in una morsa letale. Aveva capito che l’unica maniera per liberarsi di quell’insetto fastidioso era quella di partire l’indomani mattina all’alba e non voltarsi per nessuna ragione al mondo. Partire per quell’unica destinazione. Il ritorno? Un dettaglio insignificante che avrebbe considerato al momento opportuno. Così si ritrovò seduta nel treno a guardare fuori dal finestrino un paesaggio che sfrecciava ai suoi occhi e che mutava costantemente, tanto quanto il suo stato d’animo. Le ombre della notte che facevano spazio alle luci fievoli dell’alba. Il mare spumeggiante che cedeva il passo a colline verdeggianti e baciate dalla rugiada. E queste ultime che parevano annunciare la più vasta delle distese pianeggianti. Ad ogni stazione si diceva che mancava un passo in meno sino al raggiungimento della meta. Ad ogni passeggero che cancellava dalla sua mente ne rimpiazzava dei nuovi. Istante dopo istante. Chilometro dopo chilometro. Ora dopo ora sapeva di riuscire a controllare sempre meno la sua istintiva frenesia. Costruiva dieci, cento, mille volte, il momento dell’incontro nella sua mente e più lo modificava e meno la convinceva. Aveva deciso di lasciar fare al caso, di non imporre delle regole ad una situazione talmente nuova ed astratta come lo era quella. Era vero che nei giorni antecedenti alla partenza si era informata, aveva chiesto, domandato. Ma non le bastava. Ora si ritrovava sola, in un vagone che le pareva o troppo affollato o troppo vuoto a seconda della velocità dei suoi pensieri. Sola. Per un istante le era balenata nella testa l’idea di scendere alla prima fermata per tornarsene a casa, ma non poteva farlo. Non poteva pugnalare, così, alle spalle, chi aveva fiducia in lei. No, lei non tradiva mai la fiducia di nessuno, o almeno ci provava. E sicuramente non lo avrebbe fatto proprio quella volta. No, quella volta proprio no. Poche fermate ancora e si sarebbe ritrovata nella stazione di Parma. Si alza. Il sedile le comincia a scottare e freme dalla voglia di scendere e di tuffarsi nel magma incandescente di quel vulcano chiamato colloquio. Si sistema. Si stiracchia le articolazioni ormai da ore disarticolate. Scende. Sa dove dirigersi. Glielo hanno detto così tante volte che ormai cammina diretta verso l’obiettivo come fosse un automa. Aspetta. Aspetta un numero che le avevano assicurato la avrebbe portata al centro del cratere. Il 7. Eccolo. Scarica e ricarica gente senza sosta. Si riparte.
Cosa dire. Cosa fare. Come muoversi. Mille quesiti le tornavano alla mente, ma poi ecco, fine corsa. Si scende e …. Muro, cemento, grigio, freddo, ferro, acciaio, divise, sguardi indagatori, telecamere… Nessun odore. Nessun colore. Nessun sorriso. Astio. Diffidenza. Cognomi gridati da stanza a stanza. Perquisizioni che vietano una gomma da masticare o un semplice fazzolettino assorbi lacrime. Niente. Via tutto. Ogni fronzolo è inutile e requisito per sessanta minuti. Di nuovo cemento, ferro, acciaio, grigio, telecamere, scale, tunnel. Un tunnel. Alla fine di questo tunnel ancora acciaio blindato e divise. Ancora attesa e sguardi severi. MI SEGUA! Un corridoio bianco, asettico, illuminato a giorno e avvinghiato da porte. Porte identificate da dei numerini piccoli, piccoli. Una di esse è la sua. E’ dedicata a lei. A lui. A loro due. Al loro primo incontro. Al primo colloquio. La chiave rumoreggia mentre bacia l’acciaio della porta che si apre decisa per poi richiudersi con un tonfo sordo. Un tonfo che pare dire: “Addio fuori. Addio libertà”. Eccoli. Occhi negli occhi. Mani nelle mani. Il silenzio. Dopo milioni di segni incisi indelebili su tanti fogli di carta, ora c’è solo silenzio tra loro. Un silenzio di imbarazzo, di gioia, di aspettative più o meno ricompensate. Un silenzio che studia le due anime palpitanti, avvolgendole in un caldo abbraccio distensivo. Le prime parole escono tremolanti, a fior di labbra. Le domande si rincorrono alla rinfusa senza seguire un ordine logico. Gli sguardi si cercano e si perdono volutamente. Come un fiume in piena che inonda una vallata rigogliosa, così l’elettricità in quella stanza travolge le mura e le sbarre. Vuole uscire. Vuole scorrere libera tra i campi e le colline. Vuole lasciare segno estremo del suo passaggio. La tensione cala. Le domande si tramutano in dialogo e il dialogo diventa promessa. Promessa di un domani. Promessa di un per sempre. Il tempo trascorre veloce come veloci possono correre le gambe dei podisti in lotta per il primo posto. Un tempo tiranno che non concede un recupero e che segna il confine tra due realtà. La realtà di lei, libera. La realtà di lui, ristretto. Due realtà all’estremità di un unico mondo. Due realtà negate. Due realtà che crescono assieme e mutano i loro destini, ma che resteranno pur sempre due realtà e mai una unica. Il tempo continua a remare contro i loro desideri e si consuma sotto una fiamma di emozioni. Chiavi. Passi. Chiavi. Passi. Chiavi che si avvicinano in un fracassante tintinnio senza voler nascondere la loro presenza. Anzi. Irrompono sfacciatamente nell’oblio delle promesse. Chiavi che abbaiano e ringhiano. Chiavi che azzannano il tempo rimasto e che ne squarciano lembi e lo riducono in brandelli. Chiavi che nuovamente baciano con ardore l’acciaio della porta blindata che si spalanca come a voler gridare ADDIO!!! Un abbraccio sigilla le promesse e gli odori si scambiano di posto per restare dentro o uscire fuori anche solo per pochi attimi. La porta si chiude e tace. Ma le chiavi salutano con un ghigno beffardo e le ricordano che sono loro a possedere quell’uomo. Quella realtà da ristretto. Hanno vinto ancora una volta loro, le chiavi. Lo sanno e ne vanno fiere.
Al ritorno tutto le sembra più facile. Persino gli sguardi delle divise non la spogliano più della sua dignità. Il percorso verso la libertà sembra meno tortuoso e più celere. Nessun colore. Nessun odore tranne quello scambiatosi in una sorta di baratto con lui. Un odore a cui vorrebbe spezzare le catene per lasciarlo libero di gironzolare per la città. Un odore che dopo pochi istanti svanirà e tornerà da dove è arrivato senza renderle indietro il proprio. Un odore che le ricorderà per la vita quei sessanta minuti trascorsi a mezz’aria tra la gioia ed il dolore. Il 7 è fermo ad aspettare chi come lei esce da quel mondo e pare voglia sussurrarle: “Io so! Ne vedo tanta di gente che si siede in braccio a me per farsi avvolgere in un tepore confortante pur di togliersi di dosso la tristezza con un ultimo sospiro. Io lo so!”. Anche lei si accoccola. Anche lei, tenta, con un profondo sospiro di non pensarci. Anche lei, come tutti gli altri non ci riesce e si tormenta con tanti ed infiniti perché. Anche lei ha bisogno di raccontare e allo stesso tempo di restarsene sola con i suoi pensieri. Anche lei si sente ubriaca di emozioni. Anche lei si allontana da quel posto pensando già alla prossima volta. Una prossima volta in cui non perderà tempo, in cui saprà cosa dire e cosa chiedere. Una prossima volta in cui guarderà dritto negli occhi le chiavi e le serrature e le intimorirà avendo lei la meglio su di loro e dichiarando loro che nessun uomo appartiene a nessun’altro all’infuori di se stesso. Con questi pensieri che le affollano la mente e si spintonano tra di loro se ne ritorna nel posto in cui la zanzara, di notte, le ronzava nell’orecchio. Ora l’insetto tace perché si è saziato abbastanza del suo nutrimento. Ma chi tace non vuol dire che sia morto. Non significa che non si desterà mai più coi morsi della fame. Chi è sazio tace quel po’ che basta, ma prima o poi si butterà alla ricerca di nuovo cibo. Di quel cibo che la volta precedente lo ha così bene appagato da volerne ancora ed ancora ed ancora…. linfa vitale che ti crea dipendenza e un piacevole stato di torpore dopo averne fatto una grande abbuffata. Lei lo sa bene questo e cammina in punta di piedi per paura di svegliarlo anticipatamente. Ogni suo gesto. Ogni suo respiro è soppesato. Ogni minimo brusio la allerta. La vita scorre, ma attende sull’uscio il rientro del piccolo insetto ronzante ed affamato. Aspetta, con la speranza che torni più affamato di prima.
28/03/2007
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