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di Federica Resta
inserito il 2006-12-14
Il nostro tempo è un’età “senza Dio né profeti”. Le parole pronunciate da Max Weber, nel 1919, risuonano, paradossalmente, come una profezia della realtà che il mondo avrebbe vissuto, molti anni dopo. Proprio in quel secolo dei diritti, in cui dal ‘tramonto degli idoli’ sarebbe sorta una fiducia, tanto necessaria quanto illusoria, nella sovranità della legge. Quella stessa legge che, nata sulle macerie di guerre senza senso né giustificazione, consacrava solennemente la pace, la libertà, il rispetto della dignità di tutti gli uomini quali valori inviolabili, limiti invalicabili anche per il potere e per la forza legittima dello Stato. A quella legge si è affidato il compito nobile di tutelare la vita, le speranze, i destini di tutti; di proteggere l’umanità dalla violenza, che troppo spesso ha deciso le sorti della Storia. Forse ingenuamente, si è chiesto al diritto quello che mai avrebbe potuto donare: la cancellazione dell’odio, la felicità, la sicurezza contro ogni pericolo, la sconfitta di quel male così ‘banale’ che ha diviso gli uomini in trincee, ha giustificato genocidi in nome di idee vuote, egoiste e ancora una volta pretestuose, ha trasformato stragi in crociate e guerre cruente in autodafé cui votarsi con la devozione che esige ogni fede. Pie illusioni, queste, che nessun ‘Angelo della Storia’, neppure con la forza del potere legittimo, avrebbe potuto sostituire ad una realtà inevitabilmente più cruda. Ma le cronache del presente che viviamo, le immagini, a volte sapientemente nascoste da una comunicazione troppo parziale e dalla retorica di una politica sempre più lontana dai bisogni reali, parlano di altro.
E’ di pochi giorni fa la notizia, tragicamente emersa da un’indagine del Consiglio d’Europa, della complicità di molti Paesi del Vecchio Continente nella realizzazione, da parte della Cia, del progetto di ‘indefinite detention’ di migliaia di persone, puramente sospettate di essere terroristi. Definite ‘nemici’, combattenti o non, queste persone sono detenute in carceri segrete articolate in una ‘ragnatela’ del terrore, all’oscuro e nel silenzio di un inferno in cui è chi si arroga il potere a definire l’identità dell’altro, a tracciare il confine tra bene e male, diritto e violenza, legittimità e sopruso, rispetto e violazione della persona e della sua dignità. Le testimonianze dei pochi detenuti descrivono una fenomenologia della violenza, ancor più terribile perché qualificata legittima ed anzi necessaria, salvifica, solo perché attuata in nome di quell’ “infinite justice”, quella ‘guerra celeste’ che avrebbe dovuto portare il seme divino della democrazia, del diritto universale, anche negli ‘Stati Canaglia’. Ed è questo il crisma con cui si è santificato ogni tipo di tortura e violazione dei diritti umani, altrove solennemente dichiarati inviolabili. “ Ogni giorno, a Guantanamo, un detenuto viene sessualmente violentato, torturato ed interrogato anche per venti ore consecutive. La tortura, fisica e psicologica”- definita “arte”- “sia fisica che psicologica, è sistematica e di routine. Gli scherni contro la religione, il disprezzo e gli insulti contro i detenuti è una costante sia a Guantanamo, sia a Bagram. Non mi piace affatto parlare del mio passato. Cerco soltanto di dimenticare. Ma penso a color che sono ancora in quei lager”. Sono le parole di Moazzan Begg, rilasciato dopo tre anni della “barbarie animalesca” di Guantanamo, a mostrarci il volto, oscuro e inaccettabile, di una realtà che dobbiamo avere il coraggio di affrontare. Sono parole che dimostrano come quel diritto universale, invocato a difesa di tutti, sia troppo spesso l’arma più spietata di una guerra dell’umanità contro se stessa. E’ una ferita che segna i corpi di migliaia di persone torturate, umiliate e offese da violenze pretesamente ‘legittime’, perché necessarie- si dice – ad estirpare le radici del terrore. E’ il tradimento di ogni promessa della modernità e della sua costruzione più perfetta e terribile: il diritto, come parametro e fondamento ultimo della sovranità. Ma è soprattutto il simbolo, doloroso e inaccettabile al tempo stesso, del crollo di ogni illusione della democrazia; di ogni fede disperata in un diritto alla sicurezza che rischia costantemente di rovesciarsi nel suo opposto, di confondersi con la violenza cieca che pur si dichiara di voler combattere. Quando l’arroganza del potere scopre il suo volto, nudo e continuamente celato, non resta che difendere la cogenza del sistema dei diritti fondamentali, che superano i confini degli Stati e sfuggono ai codici della cittadinanza limitando la prepotenza delle logiche del potere, per proteggere la vita e la dignità di tutte le persone, affermandone i bisogni reali come diritti. Del resto, la sfida che il presente lancia al diritto si gioca proprio sul terreno del rispetto delle garanzie che a tutti spettano in quanto esseri umani, siano essi ‘nemici combattenti’, ‘doppiamente perdenti’, outsiders sociali, sospetti terroristi o comunque gli esclusi dal patto sociale. Perché non possa più dirsi ‘“l’enfer, c’est les Autres” (J. P. Sartre).
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