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Anime perse - Calendario 2010 degli ergastolani di Spoleto
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Cos’è l’ergastolo? È la mia vita, è la mia morte o il fallimento della società? Scrivi una lettera anche tu compila la scheda di adesione La lettera
Mi chiamo Antonio Clementi, detenuto di lungo corso, guerriero di una lotta che assicuri la dignità e il rispetto di ogni uomo, di ogni essere, di ogni buono, di ogni cattivo. Un po’ di tempo fa, stanco di vivere la monotonia quotidiana del nuovo istituto in cui sono stato trasferito (Carinola – CE), presi carta e penna e buttai giù “La buccia di banana”. Un testo in cui parlo del carcere senza mai usare questo sostantivo, carcere è come dire sofferenza, stenti, morte. Ho già scontato 13 lunghi anni di galera e, senza voler apparire megalomane, si può dire che fin dal primo giorno di galera sono sempre stato un ergastolano. Di vero c’è che ho sempre saputo affrontare lo scorrere della vita, con la massima dignità e la consapevolezza che se del destino l’uomo ne è l’artefice, io ho le mie colpe. Magari non erano e non sono colpe per cui pago, ma “Santo” non lo sono mai stato! Essere stato condannato alla pena dell’ergastolo, all’epoca mi fece pure sorridere. Pensai: “E’ una lunga pena, ma sono vivo! Tanti altri miei amici e nemici sono morti!”. Oggi, riconosco che sono stato capace di prendermi in giro da solo. “Fine Pena Mai”: è ciò che riporta il titolo di questa mia lettera. Io vivo, ma nello stesso tempo è come se fossi già morto. La società ha sì un criminale in meno per le strade, ma nello stesso tempo non riuscendo a recuperare e a rieducare il criminale che tale non è nato, ha fallito. Se poi, il criminale urla, chiedendo aiuto, e nessuno gli tende una mano, il fallimento è totale. Anzi: succede il contrario! Io, ergastolano, ho chiesto aiuto e sono stato punito, ucciso un’altra volta, rilegato in un posto dove le Istituzioni, la Democrazia e la civiltà stessa, la titano. È il primo carcere in cui non esistono volontari; in cui il cappellano è una “guardia” e non un pastore del Signore; in cui il tutto è proibito in nome di una presunta “Sicurezza” che rende i detenuti schiavi di un destino misero e poco sorridente anche nella piccola speranza. Carinola, carcere di 1° livello, ultimo baluardo della tirannia di una pseudo-repubblica che professa la libertà e la democrazia ma che di fatto impone la propria egemonia, violando la stessa carta Costituzionale, ma soprattutto imponendo quella stessa legge violenta, per cui, io, sono stato condannato.
La differenza tra me e gli uomini che rappresentano lo Stato, nati innocenti e nudi come tutti, consiste proprio nella punibilità e nella impunibilità di tutti noi. Io, criminale, pago per avere ucciso, rubato, truffato, estorto e chi più ne ha, più ne metta. Io sono un semplice cittadino, uno dei punibili! Altri, che hanno ucciso, rubato, truffato, estorto e chi più ne ha, più ne metta, non pagano. Loro non sono semplici cittadini, ma quelli che rappresentano fisicamente lo Stato. Per loro non esiste il carcere, figuriamoci l’ergastolo. Oggi, l’Italia dovrebbe essere descritta così: “Popolo di navigatori, poeti, Santi e furbi”. Abolire l’ergastolo non sarebbe un premio per i detenuti pericolosi, ma il giusto rispetto per la vita stessa e per quei partigiani morti in guerra per avere un’Italia Democratica. Ricordo le battaglie televisive del prof. Antinori, atte alla ricerca sulle cellule staminali. Tuoni e fulmini da parte di politici e prelati, due categorie bigotte che urlavano all’omicidio di Stato, poiché l’embrione è da equiparare ad un essere vivente. Le battaglie per l’eutanasia, altri fulmini e tuoni; “La vita è sacra, solo Dio può toglierla!”. Eppure, politica e chiesa, a parte alcuni rispettabili rappresentanti delle due categorie, quando si parla dell’ergastolo fanno finta di essere sordi, ciechi e muti. Parlano di “pena certa”: un tot di anni da scontare nella certezza della pena stessa. Conosco moltissimi detenuti che hanno già scontato dai 28 ai 32 anni di galera, senza aver mai avuto un beneficio o un permesso premio.
Così, spesso mi domando: “quando potrò fare ancora una volta l’amore con una donna?”. Non ho risposta e non essendo gay, non mi rimane che sperare in un bel sogno erotico. Lo Stato ha fatto anche altro. Ha trasformato migliaia di uomini e donne, soprattutto uomini, in guardoni televisivi. Diciamo che sarebbe meglio dire che ci ha emarginati, dimenticando che molti reticenti sono e saranno sempre tali, poiché dal carcere si esce incazzati e come dico ne “La buccia di banana”, ci si dimentica spesso che prima di essere vittime, si è stati carnefici. E se ciò succede è proprio perché lo Stato sarà presente ovunque, ma non lo è in carcere. Caro amico che leggi, guarda me. Chiedo aiuto e puntualmente vengo punito. Adoro scrivere romanzi, pubblicarli e donare i proventi a chi ha più bisogno di me e lo Stato cosa ha fatto? Mi ha relegato in un carcere dove per via di una mentalità giustizialista, tirannica e antirieducativa, mi proibiscono di fare ciò che più potrebbe identificarsi con il mio riscatto nei confronti della società. Mi è stato precluso l’uso del computer che avevo acquistato in un altro carcere, previa autorizzazione ministeriale. I detenuti scomodi, quelli che parlano, quelli cercano di trovare uno scoglio nel mare in tempesta, non sono detenuti di cui potersi vantare: toglierebbero potere a tutti coloro i quali del carcere ne fanno il simbolo della loro giustizia e delle loro idee non certamente democratiche, liberali, radicali, religiose. Chiudo, riportando pochi versi con cui ho voluto rappresentare la mia esistenza, anche se, ripeto, “chi è causa del suo male pianga se stesso!”.
Giorni Bui Giorni tristi i miei, vuoti, senza una vita vera. Giorni di malinconia, rabbia e odio, molto odio! Giorni senza nome, senza il Natale, senza una fine. Molto il tempo per i ricordi, un solo pensiero rivolto al futuro: “forse, un giorno…”.
Febbraio 2007 Di Antonio Clementi (da Carcere di Carinola (CE))
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